Jannik Sinner © Jannik Sinner / Australian Open via X
La Tribuna del Sarto

La WADA e il pericoloso spiraglio del microdosaggio

Il DG Niggli apre un tavolo di lavoro su contaminazioni fortuite e la possibilità di stabilire valori soglia, ma cosa implica questo per la salute degli atleti?

07.03.2025 11:12

Il recente patteggiamento tra Jannik Sinner e la WADA (World Anti-Doping Agency) ha riacceso il dibattito sul doping nel mondo dello sport. In Italia, la polemica si è concentrata principalmente sulla difesa del campione nazionale, tralasciando una riflessione più ampia sul complesso problema di distinguere una contaminazione da un uso fraudolento. L’approccio della stampa italiana al caso Sinner sembra riflettere una visione del doping più orientata alla "battaglia" tra atleti che alla loro tutela sanitaria. Gli approfondimenti tecnici, quando presenti, si focalizzano sulla presunta inefficacia della sostanza nel migliorare le prestazioni, trascurando le implicazioni più ampie del fenomeno.

Olivier Niggli: "Oggi il problema è la contaminazione”

In un’intervista a L’Équipe, Olivier Niggli, Direttore Generale della WADA, stimolato proprio dal caso Sinner, ha aperto una discussione fondamentale sul tema dei microdosaggi e della possibile contaminazione fortuita. Pochi giorni dopo l’intervista, la stessa agenzia anti-doping ha annunciato che, a partire dal 1° gennaio 2027, non si parlerà più di “prodotti contaminati”, ma di “fonte contaminata”. Questo concetto, più ampio, include fonti di contaminazione come cibo, bevande, contaminazione ambientale o esposizione attraverso il contatto con una terza persona o un oggetto toccato da qualcun altro.

La storia del doping è costellata di casi di positività a sostanze proibite in dosaggi infinitesimali, spesso accompagnati da giustificazioni più o meno fantasiose: dal sesso orale ai tortellini della mamma, passando per caramelle o bistecche. Distinguere un vero caso di doping da una contaminazione involontaria è tutt’altro che semplice. Già due anni fa, in questa rubrica, avevamo affrontato l’argomento con il caso di Toon Aerts, ciclocrossista belga, che può aiutarci a comprendere meglio le parole di Niggli. 

Oggi esiste un problema di contaminazione. Questo non significa che ci siano più casi rispetto al passato, ma che i laboratori sono più efficienti nel rilevare anche quantità infinitesimali di sostanze” ha dichiarato Niggli. Non ci sono dubbi: la sensibilità dei laboratori è aumentata, e la capacità di individuare piccole tracce di un prodotto ha raggiunto limiti nell’ordine di pochi picogrammi (0,000000000001 grammi). Come osserva il DG della WADA: “Le quantità sono così piccole che ci si può contaminare facendo cose innocue. La verità è che sentiamo un sacco di storie, e capisco l’opinione pubblica che può arrivare a pensare che si assuma di tutto”.

Il doping nello sport, un problema anche di narrazione © Wikipedia
Il doping nello sport, un problema anche di narrazione © Wikipedia

Il tema è delicato e merita di essere affrontato in maniera scientifica, senza ridursi a giustificare un atleta piuttosto che un altro, come abbiamo osservato nella stampa italiana riguardo al caso di Jannik Sinner e alla sua positività minima (86 e 76 pg/mL di Clostebol riscontrati a marzo 2024). Onestamente, avremmo letto gli stessi articoli se al posto del tennista numero uno al mondo si fosse trattato di un ciclista?

Casi simili, esiti diversi: di narrazione mediatica, frequenza dei controlli e influenza sulle prestazioni

La storia del doping è piena di casi simili che hanno avuto esiti processuali sportivi diversi. Non si tratta solo di differenze tra i tribunali nazionali antidoping, ma di una diversa “sensibilità” al tema nelle varie discipline sportive. Su questo punto è utile riflettere. L’impressione che non ci sia la stessa attenzione al doping in tutti gli sport non deriva solo da una narrazione mediatica differente, ma anche da regolamenti e frequenze di controllo diversi. Nel ciclismo, ad esempio, i controlli sono più numerosi, e le fasce orarie di reperibilità per test a sorpresa si estendono praticamente 24 ore su 24, se il sospetto è elevato. Richiedere pari attenzione al doping in tutti gli sport non dovrebbe essere un appello al ribasso, ma piuttosto uno stimolo per alzare il livello di sorveglianza in tutte le discipline, a tutela di ogni atleta.

Alcuni sport “poveri” non possono permettersi un numero elevato di controlli antidoping a causa degli alti costi. In altri, invece, si considera il doping meno influente sulla prestazione. In entrambi i casi, a rimetterci è l’atleta. Se l’obiettivo è proteggere solo le prestazioni degli sport “ricchi”, che attraggono maggiore pubblico e interesse, si tradisce quello che dovrebbe essere il mandato fondamentale della WADA: proteggere la salute dello sportivo, oltre che la correttezza della competizione.

Se, come è giusto, dovremmo porre la salute dell’atleta al centro dell’attenzione, l’apertura di Niggli a discutere di valori soglia supera la semplice questione di squalificare o meno chi risulta debolmente positivo. “Con delle soglie non avremmo visto tutti questi casi,” afferma il DG della WADA, aggiungendo: “Quello che dobbiamo comprendere è se siamo pronti ad accettare il microdosaggio e dove sia giusto fermarsi. Proprio per questo tipo di riflessioni verrà creato un tavolo di lavoro”.

Olivier Niggli durante il Simposio Annuale della WADA del 2024 © WADA via X
Olivier Niggli durante il Simposio Annuale della WADA del 2024 © WADA via X

La domanda cruciale è proprio questa: siamo pronti ad accettare il microdosaggio? 

Un approccio più tollerante, ma meno attento alla salute degli atleti?

Prosciogliere un atleta per rilevamenti infinitesimali potrebbe segnare l’inizio di una nuova filosofia per le agenzie antidoping federali e la WADA. Le parole di Niggli evidenziano la consapevolezza che il confine tra doping e non-doping, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, potrebbe necessitare di maggiore flessibilità. Una frontiera più “elastica” non significherebbe un libera tutti, ma piuttosto un approccio antidoping più adattato alla natura dello sport moderno, più tollerante ma forse meno attento alla salute degli atleti.

Se il discorso è accettare il microdosaggio per non falsare i valori sportivi — “Sinner non vince per 86 pg/mL di Clostebol!” — allora il lavoro della commissione tecnica della WADA diventa relativamente semplice. Si tratterebbe di calcolare l’emivita della molecola (i tempi necessari perché le sostanze si dimezzino nell’organismo), stimare il valore massimo assunto in base al tempo trascorso dall’ultimo controllo e stabilire un valore soglia dopante (ammesso e non concesso che sia scientificamente possibile). Tuttavia, ridurre tutto a una formula potrebbe non essere sufficiente a distinguere la semplice presenza della sostanza dalla sua presenza con finalità dopanti.

Se l’obiettivo minimo dei test è il contenimento del doping per proteggere la salute, accettare il microdosaggio diventa problematico. Porre un valore soglia significa stabilire un target che potrebbe essere raggiunto intenzionalmente rimanendo nel lecito, utilizzando una sostanza proibita. Questo segnerebbe un cambio di filosofia netto, utile forse a ridurre un approccio moralista all’antidoping, ma anche a introdurre un confine di salute meno sicuro. Inoltre, determinare un valore soglia dopante, o anche solo di contaminazione, è spesso impossibile dal punto di vista scientifico, poiché la maggioranza delle sostanze nella lista proibita della WADA non ha sufficienti studi per confermare nemmeno con certezza il loro effetto performance-enhancing.

Come già discusso nel caso Aerts, l’analisi del capello, dove tecnicamente possibile, potrebbe essere uno strumento utile, poiché oltre al dosaggio mostrerebbe l’assunzione nel tempo. Sarebbe più difficile giustificare una contaminazione protratta per mesi. Non si tratta della soluzione definitiva, ma di uno strumento aggiuntivo per valutare correttamente un atleta.

Toon Aerts in conferenza stampa dichiara la propria innocenza e chiede l'analisi del capello
Toon Aerts in conferenza stampa dichiara la propria innocenza e chiede l'analisi del capello

In conclusione, se lo scopo di discutere valori soglia è chiudere un occhio sui “piccoli dosaggi” senza preoccuparsi di eventuali utilizzi abituali sottosoglia, rischiamo di trovarci in uno sport che ufficialmente accetta il microdosaggio. Poco importa se davvero migliori la prestazione o meno, perché nessuno può affermarlo con certezza. È un piccolo lasciapassare che, senza un’adeguata attenzione temporale, rischia di trasformarsi in un boomerang.

La discussione non dovrebbe limitarsi a stabilire un valore sotto il quale un atleta non sia considerato colpevole di doping, ma valutare anche se recidive sottosoglia debbano essere giustificate e se, in passato, siano già stati fatti utilizzi abituali della sostanza (ad esempio, tramite l’analisi del capello). Fermarsi alla piena assoluzione del campione nazionale, come sembra emergere dagli articoli sulla stampa italiana relativi al caso Sinner, senza comprendere che da questo spiraglio potrebbe nascere una rivoluzione dell’antidoping, rischia di riportarci all’epoca pre-passaporto biologico, in cui si dava importanza solo alla veridicità della gara, dimenticando la salute degli atleti.

Ben venga una discussione sui valori soglia che assicuri equità nei giudizi e strumenti capaci di distinguere un’assunzione involontaria da una furbesca microdose, con i quali probabilmente si sarebbe evitata la squalifica a Sinner; ma tutto ciò deve avvenire senza mai perdere di vista che il primo obiettivo di un buon antidoping è la tutela della salute dell’atleta. Se dal tavolo di lavoro proposto da Niggli emergerà un valore soglia per alcune o molte sostanze, questo dovrà essere non solo equo, ma soprattutto sicuro per il corpo degli atleti, evitando di aprire un pericoloso spiraglio al loro utilizzo.

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